#ReadChristie2023 | Tragedia in tre atti di Agatha Christie: Satterthwaite, Poirot e il teatro

Incredibile come, con il mese di aprile, siamo già a un terzo della #ReadChristie2023, che per ogni tappa ci porta a leggere un titolo diverso della Regina del giallo, Agatha Christie. Insieme al Gruppo Telegram, Chiara & Laura di Sister’s Books e Sara di Istantanea di un libro per la tappa di aprile, dedicata al veleno, abbiamo scelto di leggere Tragedia in tre atti, uno dei molteplici, anche se non sembra, casi di crossover tra personaggi creati dalla penna omicida di Christie.

Three Act Tragedy, romanzo del 1935 pubblicato in Italia nel 1937 nella traduzione di Tito N. Sarego, disponibile ora nella versione tradotta da Marcella Dellatorre, fa parte dei testi della Golden Age di Agatha Christie, gli anni ’30, anni in cui vennero pubblicati alcuni dei suoi romanzi migliori: Se morisse mio marito, Assassinio sull’Orient Express, Delitto in cielo, La serie infernale, Dieci piccoli indiani, e molti altri.

Tragedia in tre atti non è un romanzo da meno: ci troviamo nell’ambiente che Christie meglio sapeva descrivere, l’alta borghesia inglese. Sir Charles Cartwright decide di organizzare un party nella sua dimora in Cornovaglia. Tra gli invitati ci sono il dottor Bartholomew Strange, Lady Mary Lytton Gore e sua figlia Hermione, chiamata da tutti Egg, il capitano Dacres e sua moglie Cynthia, Muriel Wills, Oliver Manders, il reverendo Babbington e sua moglie. Oltre a questi, troviamo anche Satterthwaite e Hercule Poirot.

Satterthwaite lo abbiamo conosciuto attraverso le storie che lo vedono protagonista insieme a quell’etereo Mr. Quin che Christie si era tanto divertita a scrivere. Uomo eminentemente vittoriano, molto sentimentale, Satterthwaite ama ascoltare il prossimo per aiutare a districare i problemi che affliggono il malcapitato; un po’ tipo d’annata, un po’ pettegolo, ha un certo suo fascino. Poirot, invece, non ha bisogno di presentazioni.

Sappiamo però che, come con Jessica Fletcher, anche con Poirot ci possiamo aspettare un omicidio. In questo caso tocca al povero Babbington il quale, dopo aver sorseggiato un cocktail durante il party di Cartwright, muore sul colpo. L’ospite crede si tratti di omicidio, anche se le analisi sul bicchiere della vittima dichiarano l’assenza di veleno. Come nella vita vera, la morte del povero Babbington viene messa da parte.

Qualche tempo dopo, a Montecarlo, Poirot incontra Satterthwaite e Sir Cartwright, che lo informano della strana morte del dottor Strange, morte avvenuta in circostanze simili a quelle della morte di Babbington. Invece di aver sorseggiare un cocktail, il povero Strange è deceduto dopo aver bevuto del Porto. Le analisi rivelano senza ombra di dubbio che è stato vittima di avvelenamento da nicotina. Le circostanze portano all’esumazione di Babbington: carta canta, anche lui è morto per lo stesso motivo.

Tragedia in tre atti è uno dei libri “meta” di Agatha Christie: ritroviamo tanti temi e setting cari all’autrice (riunioni tra personaggi simili a quelle di Giorno dei morti), individui che fanno collidere due universi (Satterthwaite e Poirot), ma soprattutto la particolare struttura del romanzo, a partire da titolo e sezioni, che riporta al centro della vicenda la finzione, la teatralità, la messa in scena che si scopre più vera della realtà, la cattiveria banale che dimora nell’animo delle persone.

Anche nella versione inglese il romanzo riporta un disclaimer:

Directed by

Sir Charles Cartwright

Assistant Directors

Mr. Satterthwaite

Miss Hermione Lytton Gore

Clothes by

Ambrosine Ltd

Illumination by

Hercule Poirot

Dunque è un fatto di finzione quello che ci apprestiamo a leggere. Tutto quello che leggiamo è stato soggetto a una serie di prove in vista di una eventuale messa in scena. Possiamo anche credere che le vittime, quando la abbandonano, si siano messe in piedi e siano uscite dall’inquadratura.

Il primo atto serve non solo a presentare i personaggi e i loro tratti distintivi, ma anche ad acchiappare lo spettatore/lettore. Il secondo atto ha lo scopo di definire un cerchio di sospettati e di, come in un gioco di prestigio, distogliere le attenzioni, buttare polvere negli occhi per nascondere il trucco. Il terzo e ultimo atto ristabilisce l’ordine originale, un ordine che necessita di una buona dose di sconvolgimento per rimanere uguale a se stesso. In questo caso poi, non manca la battuta a effetto di Poirot, che possiamo immaginare come la signora Fletcher nelle scene finali di una puntata della Signora in giallo: una donna che scoppia in una fragorosa risata e viene congelata nel fermo immagine che dà il là per la sigla.

In Tragedia in tre atti traspaiono molte più cose di quante l’autrice non si renda conto di lasciar trasparire: non mancano commenti e stereotipi antisemiti, la classica misoginia christiana che indugia un po’ troppo sulla presunta bruttura e apatia di certe donne. Per non parlare poi di alcuni feticismi sul colore della pelle delle persone.

Tragedia in tre atti è uno di quei romanzi in cui Agatha Christie gioca sul filo del rasoio tra onestà e menzogna, lasciando gli indizi in bella vista. Uno, bello grande, ce lo sventola forte davanti al naso.

Ne parleremo insieme al gruppo Telegram il 26 aprile alle 21.15. Saremo in compagnia, come sempre, di Sara di istantanea di un libro e Chiara & Laura di Sister’s Books. Vi aspettiamo!

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