F&L, i luoghi e i romanzi: intervista a Maria Carla Fruttero

Nel corso dell’intervista a Carlotta Fruttero abbiamo attraversato i corridoi di Casa Fruttero e abbiamo osservato il Fruttero padre, uomo colto e dalle letture vaste, vastissime. Abbiamo visto chi frequentava la casa e cosa veniva letto.

In quest’ultimo capitolo il focus si restringe e l’obbiettivo punta sui romanzi e le opere scritte a quattro mani, insieme a Franco Lucentini. Una sorta di segmento dedicato all’uomo dietro la macchina da scrivere e alle città protagoniste di romanzi celebri come La donna della domenicaL’amante senza fissa dimora Enigma in luogo di mare.

Sullo sfondo, una figlia che guarda ammirata il padre e che lo aiuta con passione nel suo lavoro.


I romanzi che hanno scritto a quattro mani sono tutti unici e originali. C’è un libro di Fruttero e Lucentini che hai amato di più degli altri?

Nel mio caso è un titolo, ma facciamo una distinzione. Il romanzo che mi è piaciuto di più è L’amante senza fissa dimora, il mio preferito. Lo trovo un capolavoro in cui mio padre e Lucentini sono riusciti a trattare un tema trito e ritrito, banale come una storia d’amore a Venezia, che hanno scelto e studiato. Non erano scrittori seriali, sperimentavano sempre per non annoiarsi, per questo hanno scelto la banalità assoluta cercando di renderla meno tale. Dentro quel romanzo c’è tutto: io alla fine ho pianto. Non l’ho mai detto a mio padre, se lo avesse saputo mi avrebbe sputato in un occhio! Non voleva raggiungere questo risultato, ma la storia era così potente… per questo è il mio romanzo preferito.

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Ma non il solo…

Per altre ragioni mi è rimasto nel cuore Enigma in luogo di mare. Parla infatti della pineta dove vivo e dove si è svolta tutta la mia vita. Tutte le cose più importanti sono successe a Roccamare. La descrizione di questo luogo, della sua gente, è talmente fedele: fa entrare in questo mondo, che è la mia anima. Quando rileggo il romanzo vedo la sabbia che calpesto, il pino, i merli e le cicale. Quello è il mio libro dell’anima, perché Roccamare è la mia anima. Sono indissolubili.

Tuo padre aveva un legame speciale con la casa in Toscana, Torino invece? Era un luogo separato?

Torino è la città in cui è nato, cresciuto e che ha raccontato in un modo diverso rispetto a chi lo aveva fatto prima. Per lui aveva un fascino particolare che poi ha trasmesso anche a Lucentini. Loro vedevano la città nello stesso modo, subivano lo stesso fascino per le stesse cose. Torino lo ha ispirato in tante cose. Roccamare invece è la casa che ha fortemente voluto, il frutto del suo lavoro, che gli ha procurato Torino.

La casa di Roccamare ha a che fare con La donna della domenica

Questa casa è nata nel 1968, La donna della domenica è del 1972: per comprare il terreno mio padre si era indebitato con la banca scommettendo sul libro. La casa è il frutto del suo lavoro: ha scelto la zona, il terreno, il lotto che voleva, insieme a mia madre ha scelto anche la disposizione della casa su pianta. Hanno combattuto con l’architetto. Questa è la casa che si è costruito in un mondo e in un ambiente che gli era congeniale.

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Castiglione della Pescaia

Com’è questo posto dell’anima?

È un posto silenzioso ma non troppo, sembra sempre uguale ma varia sempre. La luce cambia durante il giorno e cambia la percezione che tu hai di questo posto. Mio padre qui poteva andare in bicicletta, camminare sulla spiaggia, raccogliere legna, fare il fuoco… “Questa è una casa grande”, fatta per tante persone, non solo di famiglia: lui aveva questo concetto, che mi ha trasmesso. Deve essere una casa porto di mare dove chiunque può venire in qualsiasi momento e troverà sempre un piatto di pasta, una fetta d’anguria, un letto dove dormire: questa era la sua idea.

Progettando La donna della domenica c’era stata, da parte di tuo padre e di Lucentini, una precedente esplorazione della città?

Era un’esplorazione costante! L’itinerario tra i luoghi lo avevano già chiaro prima: pensando al romanzo, loro camminavano. Papà e Franco facevano lunghissime passeggiate. Partivano da Piazza Vittorio, dove abitava Franco, e poi facevano giri intorno a via Garibaldi, la zona dietro Piazza Castello, Piazza della Repubblica, Porta Palazzo. Scoprivano cose continuamente. Mio padre aveva una conoscenza approfondita precedente, perché nel dopoguerra aveva girato la città in bicicletta palmo a palmo, trovando itinerari alternativi. I percorsi di La donna della domenica devono essere nati prima, basti pensare alle camminate lungo i Murazzi, il Balôn dove Franco andava continuamente trascinandosi mio padre – nell’anima Franco era un bricoleur e un rigattiere mancato. Andava là, scopriva cose e mio padre lo seguiva: avevano la stessa passione per i quadri, l’arte, il teatro.

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È successo così anche per A che punto è la notte?

Lì no, l’impianto dei luoghi è stato costruito prima: sono stati scelti i luoghi dove sviluppare l’azione, tra cui Corso Marconi e la FIAT. Mio padre andava almeno una volta a settimana in corso Marconi, all’ultimo piano nell’ufficio di Cesare Romiti [N.d.R. amministratore delegato FIAT negli anni Ottanta] dove si faceva spiegare qualsiasi cosa. Lui gli faceva fare giri, lo portava a vedere i posti descritti nel romanzo: la terrazza dell’ingegner Vicini, per esempio, esisteva veramente. A che punto è la notte era stato studiato a tavolino, mentre La donna della domenica è il frutto di ore e ore di passeggiate.

Non abbiamo ancora citato Siena, un’altra città e un altro romanzo, Il palio delle contrade morte. Che rapporto aveva tuo padre con Siena?

Un profondo rapporto. Stando in pineta mio padre ha conosciuto tanti senesi che sono diventati amici, tra cui una coppia molto cara, entrambi, della Contrada dell’Aquila. Sin dall’inizio, quando venimmo a Roccamare, mio padre e mia madre andavano ogni anno al Palio, sia a luglio che agosto, ospiti da Nanni Guiso, che aveva le finestre su Piazza del Campo, una posizione privilegiata. Mio padre ha sempre amato il Palio come competizione, ma visto che era curioso si è fatto raccontare tutta la storia dagli amici di contrade diverse. È diventato molto amico di Vittoria Barasino, della Contrada della Selva, così si è fatto raccontare la storia della Selva, delle contrade morte.

Come è nato il romanzo?

A un certo punto mio padre si è accorto che c’era una storia talmente incredibile da raccontarla. Ne ha parlato a Roccamare con gli amici e poi si è fatto fare l’editing per Il palio delle contrade morte da due amiche, Vittoria e Titti, che lo hanno corretto. Ancora oggi ogni volta che le vedo in pineta mi dicono “tuo padre non aveva bisogno di editing, aveva capito tutto”. Anche Il palio è legato alla sua vita parallela maremmana.

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Ci sono altri romanzi “maremmani”?

Ti trovo un po’ pallida è nato nelle consuetudini della pineta maremmana, dove c’erano i milanesi che venivano qui, affittavano la casa, oppure erano ospiti di altri. Tutte le sere era “alè, chiffon, seta, andiamo sulla barca del Gianni che ha preparato un Martini top”. Questo linguaggio e questo modo di fare affascinava mio padre che lo prendeva in giro, ovviamente, in tono bonario.

Cosa intendi?

Una cosa tipica di mio padre era che lui notava le debolezze altrui, quei piccoli dettagli sulle idiosincrasie umane. Le notava senza mai criticare, per lui erano un oggetto di studio da usare nei suoi lavori. Erano caratteristiche che lui non condivideva, che non gli erano proprie, ma non le criticava e non le giudicava. Poi faceva morire dal ridere: metteva su carta il suo sarcasmo, tu te lo leggevi su La stampa nei pezzi del Cretino e non potevi non ridere.

Questo aspetto, il sarcasmo, è presente anche ne L’amante senza fissa dimora…

Sì, la scena della cena è stupenda, meravigliosa! Beh, io sono la figlia, sono di parte, per forza. Però credo sia lì che si vede l’intelligenza di un autore, rendere semplice una cosa che sarebbe complicatissima, farti vedere e metterti in contatto con quella realtà che hai vissuto ma non sai descrivere. Tu allora la riconosci, e sono queste l’intelligenza, la sensibilità e l’acume. O ce l’hai o non c’è l’hai.

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Fruttero & Lucentini ai Murazzi (Torino). Foto di Sergio del Grande per Epoca.

Fruttero e Lucentini, fortunatamente, ce l’avevano!

Sì, ce l’avevano entrambi, tutti e due. In L’amante senza fissa dimora l’antiquario è tutta roba di Franco, invece il Nava, il portiere, è tutto mio padre. Con i guardiani di Roccamare non si è fatto un’esperienza, ma decine di esperienze. Poi le ha trasposte per un personaggio più alto, ma le dinamiche erano quelle e lui le conosceva a menadito.

Le frequentazioni di Carlo Fruttero erano numerose e diverse…

Essendo nato in una famiglia borghese sapeva stare ovunque, e avendo poi sposato mia madre il suo entourage era variegato. Alcune cose le infilava nei libri però perché erano veramente spassose. Mi ricordo quelle serate in cui dicevo ai miei “Dove andate?”. Mia madre era tutta truccata, sistemata per uscire, e faceva quella cosa che mio padre ha messo più volte nel Cretino, in un capitolo dedicato alle donne. “Oddio non so cosa mettermi”: questa era la frase ricorrente. Mio padre cominciava così: “Stasera andiamo a sentire Gazzelloni a Massa Marittima, vedrai che la mamma fra mezz’ora comincia a chiedere che cosa mi metto”. Mi ricordo benissimo queste cose: mio padre si divertiva con questi discorsi fatui, e li usava.

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Da dove arrivava questa abitudine secondo te?

Nasce sempre tutto dalla realtà e dalla profonda osservazione della realtà, senza preconcetti, pregiudizi o schemi. Mio padre non diceva mai “quello non lo frequento perché fa parte di quel mondo, quello invece sì perché fa parte di un mondo che mi appartiene.” Non era da lui. Certo, mio padre stava molto meglio a Castiglione al Bar Temperani a guardarsi il pugilato di notte – non avevamo la tv – , oppure le partite di calcio. Io sono cresciuta con i gestori dell’enoteca, dell’alimentare, con il tassista di Castiglione, l’idraulico, l’elettrauto. Li chiamavamo tutti per nome e con mio padre si davano del tu. Con loro stava veramente bene, perché sono persone vere, non costruite: sono maremmani. Il maremmano così è, e non se vi pare: devi entrargli nel cuore, sennò ti allontana. Sono tosti i maremmani. Più autentici di loro non c’è nessuno.

 

– Davide & Marco

NB: ringraziamo moltissimo Carlotta Fruttero, per la disponibilità e la gentilezza, Alessandra Chiappori, che con noi ha condiviso questa bellissima esperienza e ha lavorato sull’intervista ed Elisabetta, che ci ha aiutati nell’impresa.

La foto di copertina è di Sergio Del Grande , è stata pubblicata su Epoca.

3 pensieri su “F&L, i luoghi e i romanzi: intervista a Maria Carla Fruttero

  1. Pingback: #EinaudiTO: Fruttero, Lucentini e l’Einaudi – – Radical Ging –

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